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Start up e piccoli designer: qualche consiglio

Start up e piccoli designer: qualche consiglio

Start up e piccoli designer: qualche consiglio

In qualità di responsabile di uffici stampa per aziende che lavorano nel mondo della moda, mi è capitato spesso di imbattermi in start up e piccoli fashion designer che, pur essendo dotati di grande talento artistico, non hanno compreso che essere titolari di un brand voglia anche dire essere imprenditori e dopo qualche anno, se non mesi, di attività, il loro sogno, e attività, è miseramente naufragato, con conseguente chiusura della neonata attività.

Mancanza di visibilità, inesperienza, la fiducia cieca, e stolta, verso brand ambassador o event manager che hanno approfittato dei loro piccoli capitali e totale ignoranza in materia di marketing, le cause dei loro fallimenti.

Tantissimi sono i piccoli fashion designer che ogni anno partecipano a eventi che nulla hanno a che vedere col mondo della moda, come ad esempio sfilate in discoteche o ristoranti, o presso concorsi di bellezza o, peggio ancora, in piccole “fashion week” della durata di una serata in località estranee al fashion business, col miraggio di farsi notare da qualche buyer importante: sogno alimentato da creatori di eventi a cui interessa impossessarsi di quei pochi soldi che i piccoli fashion designer alle prime armi hanno sul conto corrente ma che non porteranno a nulla se non ad una inutile perdita di tempo e di denaro, inficiando in futuro la possibilità di presentarsi ad un pubblico di professionisti del settore.

Innanzitutto un piccolo designer deve puntare sulla visibilità e sul marketing, ossia, deve farsi notare dai media, dai buyer e dal pubblico finale con iniziative ed eventi mirati e applicare dei prezzi che siano concorrenziali: capita spesso che applichino prezzi per i loro abiti o accessori, che siano uguali se non superiori agli stessi prodotti dei maggiori marchi del lusso, come Louis Vitton o Gucci e, come si potrà ben immaginare, il pubblico finale, ed anche i buyer, preferiranno puntare verso i marchi più conosciuti, e quindi più commerciali, anziché verso la piccola azienda sconosciuta poiché la domanda che si porranno sarà “Perché devo pagare una borsa di xxx, brand mai visto in nessun negozio, 500 €, quando la stessa borsa di Furla costa 450€?” Comprendo perfettamente che il designer ha speso ore e denaro per creare quel modello, comprendo che la sua creazione, per lui, sia meravigliosa, ma da piccolo imprenditore, e non solo artista, deve fare i conti con la dura legge del mercato e coi concorrenti.

Altro punto dolente riguarda la visibilità che si ottiene facendo in modo che siano giornalisti e blogger ad interessarsi di loro, a scrivere su di loro, facendo circolare il nome del loro brand: il “passaparola” tra amici e parenti porterà, se tutto andrà per il verso giusto, alla vendita di poche unità delle vostre creazioni ma, un brand degno di questo nome, dovrebbe sapere che la linfa vitale per la continuazione dell’attività è la vendita di un’intera collezione ai buyer, i quali, non acquistano una o due pezzi, bensì, decine se non centinaia di unità e non è certo con prezzi elevati o col passaparola che si creeranno un futuro.

Un’altra criticità si riscontra negli eventi a cui prendono parte. Ad ogni fashion week milanese, capita spesso, di ricevere inviti a sfilate presso ristoranti, bar, discoteche, creati da organizzatori di eventi che promettono ai piccoli ed ingenui designer, la presenza di giornalisti e buyer. Un consiglio? Lasciate stare!

Cari designer, riflettete un attimo: a Milano, durante le fashion week, si riversano migliaia di operatori della moda, tra cui numerosissimi vostri colleghi, buyer, giornalisti, blogger, influencer e chi più ne ha più ne metta, ed in una settimana, ogni santo giorno della settimana della moda, ci sono decine di sfilate, presentazioni ed eventi, senza contare White e Pitti Immagine. Ora, detto questo, secondo voi gli operatori professionisti del settore, dopo aver girato come trottole tra le varie sfilate, lanci di brand, presentazioni e fiere, correndo da via Tortona a piazza Lina Bo Bardi, dai Navigli a Porta Venezia, da Porta Nuova a Porta Romana, alle 23:00 di un qualsiasi giorno della fashion week, avranno voglia di andare in discoteca a vedere la sfilata di un emerito sconosciuto che, già per il fatto che sfili in un locale quale sia una discoteca, non lo considerano neanche? Secondo voi, i professionisti del settore, dopo una giornata estenuante, avranno voglia di trascorrere una serata in un locale notturno? Probabilmente, qualcuno, per distrarsi lo farà ma con l’intento di distrarsi, di divertirsi o per rilassarsi, non certo per venire a vedere la vostra collezione, la vostra sfilata, che magari vi hanno organizzato alla Bicocca e per la quale avete speso 1.500,00 €. Gli eventi a cui dovete puntare sono quelli organizzati in location che possano attirare l’attenzione dei professionisti, in orari adatti ai professionisti; puntate a quegli eventi a cui si accede per accredito o invito, non a quelli aperti a tutto e a tutti: dovete presentarvi a dei professionisti non ad un pubblico di curiosi che se durante la serata c’è la vostra sfilata bene altrimenti chi se ne frega, in fin dei conti erano andati a quel locale giusto per un drink, farsi l’apericena e fare quattro salti. Un conto è affittare una location come una discoteca e rendere l’accesso riservato ai possessori di invito all’evento, un’altra è organizzare una sfilata durante la normale serata del locale con accesso libero a chiunque dove le modelle saranno costrette a sfilare davanti ad un pubblico intento a sgranocchiare dei salatini o un’aletta di pollo fritta.

Visibilità, questa sconosciuta: quante volte i giornalisti vengono avvicinati da piccoli fashion designer sconosciuti e pongono loro la domanda “potrebbe scrivere un articolo su di me?” Volete conoscere la risposta che, nella maggioranza dei casi, si materializza nella mia mente ed in quella di molti colleghi? Presto detto: “Ma tu chi sei? Cosa vuoi?! Chi ti conosce? Spiegami perché mai dovrei scrivere un pezzo su di te, visto che non mi hai fornito manco una cartella stampa?” Già, perché i piccoli fashion designer non sanno neanche cosa sia una cartella stampa, non sanno come redigerla, non hanno la minima idea di come un giornalista rediga un articolo ma va bene così: per loro basta chiedere un articolo e il giorno dopo credono di leggere il loro nome e quello del loro brand sul Corriere o su Vogue. Purtroppo non è così che funziona. Prima di tutto una cartella stampa va redatta da un professionista, solitamente un giornalista, che sappia come interfacciarsi coi suoi colleghi, quindi è necessario rivolgersi ad un addetto stampa che procederà a scrivere la cartella stampa e la invierà agli organi competenti, inoltre, per fare in modo i mass media siano presenti alla presentazione del brand o alla sfilata, serve che venga reso noto tramite comunicati stampa, articoli ed invitati all’evento in programma: un invito su Facebook che verrà inviato ad un pubblico eterogeneo composto da architetti, operai, impiegati, etc, non porterà assolutamente a nulla, certo interverranno decine o centinaia di persone e forse un giornalista, magari di cronaca nera, un buyer di accessori, mentre sfileranno abiti pret a porter, che si sentiranno fuori luogo o a cui non interesserà nulla se non del fisico delle modelle. Quindi, per ottenere visibilità dovrebbero affidarsi ad un ufficio stampa, per riuscire a vendere dovrebbero rivolgersi ad un addetto marketing e per creare le loro collezioni dovrebbero seguire le tendenze. Solo seguendo questi criteri potranno far crescere i loro brand e crearsi un piccolo spazio nel mercato della moda. Anche gli organizzatori di eventi, quelli seri, usufruiscono dell’opera degli uffici stampa poiché sanno bene che per avere successo, il loro evento deve ottenere visibilità, pertanto, si dovrebbe diffidare di quegli organizzatori il cui evento non ha una reale visibilità sui mass media.

Gian Giacomo William Faillace

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