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La psicologia dello Smart Working

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La psicologia dello Smart Working

PSICOLOGIA E SMART WORKING:
Colloquio tra una psicologa e un tecnico after sale
“Molti boss italiani ragionano allo stesso modo: vogliono avere i dipendenti sott’occhio, non si
fidano. Nel telelavoro invece non conta il processo, ma l’obiettivo: non importa se il dipendente
preferisce lavorare di notte, al mattino presto, prendersi poche o tante pause. L’importante è che
porti a termine il suo compito nel migliore dei modi.”
D. De Masi
In questo momento tutto il mondo sta affrontando quella che l’OMS ha definito una
pandemia globale, che ci ha costretti a ricorrere a misure preventive e riparative
importanti, tra le quali la possibilità di uscire e recarsi a lavoro solo se strettamente
necessario. Le aziende, per adempiere al meglio a questa misura restrittiva che limita
i contagi da COVID-19, ha preferito sostituire il classico lavoro da ufficio dei propri
dipendenti con lo “smart working”: le persone possono lavorare da casa. Un bel
cambiamento, soprattutto per coloro che erano abituati a spostarsi molto e
trascorrere buona parte della giornata in un ufficio insieme ai colleghi. Per questo
motivo ho deciso di intervistare Francesco Morotti, un giovane ragazzo di 28 anni
che ho avuto il piacere di conoscere qualche mese fa e di cui ho particolare stima.
Francesco, puoi raccontare ai lettori in cosa consisteva il tuo lavoro fino a febbraio?
Certamente. Nel 2020 il mio ufficio ha le dimensioni di uno zainetto: un pc e una
connessione internet sono tutto quello di cui ho bisogno! Ad oggi mi occupo di after
sales in un’azienda di valvole oil and gas, il che vuol dire che supporto il cliente nel
post-vendita, per una semplice chiacchierata o per assistenza in impianti petroliferi
onshore e offshore, per cantieri o per navi. Il mio lavoro mi porta a girare molto per il
mondo e ho bisogno di aver sempre con me il mio “ufficio”.
Deve essere molto interessante! Cosa voleva dire per te ‘viaggiare per lavoro’?
Viaggiare per lavoro ha i suoi pro e i sui contro: spesso sono solo, quindi posso
contare esclusivamente su me stesso. I posti in cui vado non sempre sono paradisi
vacanzieri o posti “instagrammabili”. D’altra parte però ho opportunità uniche: vedo
località inusuali, faccio esperienze come dormire in un container nel deserto, lavoro
su navi petrolifere, condivido un pasto mangiato con le mani o mi bevo una birra in
un pub coreano con gente da ogni dove. Riuscire a lavorare e trovare anche momenti
per svolgere attività o visitare luoghi non è facile… Bisogna ritagliarsi del tempo ed
avere abbastanza energie, soprattutto se stai pure studiando per una laurea.

Come viene percepito nella psicologia di Francesco lo Smartworking?

Passare da questa tipologia di lavoro, molto attiva e stimolante, ad una più
sedentaria non deve essere stato facile. Come ti sei organizzato il tuo smart
working?
Come dicevo prima, avere l’ufficio in uno zaino, oggi, è chiamato
smart working: letteralmente significa lavoro intelligente o agile, ciò comporta che puoi lavorare
quando e dove vuoi, basta garantire il raggiungimento degli obiettivi o delle fasi di
lavoro pre-concordate. In questo periodo questo format di lavoro sta spopolando,
essendo tutti a casa in quarantena e avendo lunghe giornate libere può anche essere
piacevole lavorare dalla propria abitazione, organizzandosi come meglio si crede. È
possibile lavorare ancora in pigiama dal tuo letto alle sei del mattino, durante la
sacrosanta pausa pranzo o di sera, o anche dopo un allenamento fai da te in salone!
Mi pare di capire che nonostante tu viaggiassi molto per il mondo e la tua presenza
fosse richiesta direttamente sul posto di lavoro, con i clienti, ad oggi riesci comunque
a lavorare da casa. Questo ci fa riflettere molto su quanto la tecnologia ci possa
aiutare a connetterci agli altri e che tale connessione possa in qualche modo
sostituire una presenza reale. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
A prima vista lo smart working sembrerebbe facile e vantaggioso, ma forse è più
impegnativo di quello che pensiamo: a casa si hanno mille distrazioni, non si ha la
praticità della propria scrivania che invece avremmo se fossimo in ufficio, la presenza
di altri colleghi a cui chiedere consigli, con cui confrontarsi o fare la tanto amata
pausa caffè! È un’alternativa pratica e tecnologica per continuare a svolgere la
propria attività o il lavoro in condizioni a volte anomale e temporanee, ma, a parer
mio, non può sostituire la normalità e l’efficienza dell’ufficio.
Ringrazio sentitamente Francesco Morotti per questa intervista, che ci ha permesso
di vedere lo smart working sotto punti di vista diversi, alcuni vantaggiosi come la
comodità e la facilità di connessione, altri più sfavorevoli, come la scarsa praticità e la
mancanza della relazione dal vivo.
Per concludere, vorrei vivamente ringraziare tutti quelli che come Francesco
lavorano da casa, quelli che sono in prima linea negli Ospedali, e tutti coloro che

mandano avanti i servizi di prima necessità nonostante l’emergenza sanitaria in corso.

Aut. Valentina Galuppi

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